Un cornetto al burro a Tel Aviv non ha mai avuto un sapore così amaro

Questa mattina ero uscita prima del solito. Volevo essere davanti a tutti in fila all’ufficio d’immigrazione per rinnovare il visto. Come al solito a casa non avevo nulla da mangiare e quindi ho deciso di comprare un cornetto al burro in un baretto su Lincoln Street e il barista che mi serve quasi ogni mattina mi è sembrato strano: non ha nemmeno pronunciato il solito “Boker Tov, Motek” (Buon giorno, carina) e non ha fatto nemmeno il solito sorriso. Non mi sono fatta molte domane ed ho continuato per la mia strada. Uscita dal bar, ho però iniziato a vedere pattuglie di poliziotti e striscioni rossi che bloccavano le strade ovunque.

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Istintivamente, ho preso il telefono in mano e cercato sulle news di capire cosa fosse successo, ma nulla. Così ho continuato a camminare fino all’incrocio con Menechem Begin dove avrei dovuto girare a sinistra per recarmi al numero 125. All’angolo della strada ho visto un bus doppio parcheggiato sotto la Ayalon 1 (l`autostrada che unisce Tel Aviv al resto d’Israele). Gruppi di poliziotti e agenti della scientifica vestiti in tute di carta bianca circondavano il mezzo. Uno straccio bianco e uno celeste che assomigliavano a due camicie strappate giacevano nel mezzo della strada insanguinate.

Con la voce spezzata, ho chiesto nel mio ebraico scarso: “Maze?” (Che succede?) “Palestini dachar Israeli” (un palestinese ha accoltellato un Israeliano), mi ha risposto un signore. Poco più avanti, un altro signore più anziano lo correggeva dicendo che i feriti erano più di uno ma sei o sette. Ho fatto immediatamente una prima foto con il cellulare, poi mi sono girata e mi sono messa a correre a più non posso verso casa, dove avevo lasciato, per la prima volta in due mesi, la macchina fotografica sulla scrivania.

Dieci minuti dopo ero di nuovo sulla scena del delitto che cercavo di districarmi tra i poliziotti e i soldati che spingevano i fotografi e i giornalisti il più lontano possibile dal pullman. Mi tremavano le mani a reggere la macchina fotografica in mano. Non capivo bene se fosse la paura, l’adrenalina, oppure lo shock della corsa senza tempo verso casa.

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Eravamo prima pochi, poi siamo diventati tantissimi, c’erano fotografi e videografi ovunque. La polizia continuava a spingerci via e noi sviavamo sotto gli striscioni rossi del “do not cross” (non attraversare) come se nulla fosse. A un certo punto, in uno dei miei tentativi di avvicinarmi al bus, una soldatessa, mi ha freddato, prendendomi pesantemente il braccio e dicendomi che era l’ultima volta che me lo ripeteva, ma che dovevo stare dietro le linee. Mi sono messa a discutere e lei mi ha spinto via.

Vabbè, io le foto le volevo fare lo stesso e volevo capire da me cosa fosse successo, quindi ci ho riprovato e sono arrivata da dietro il bus, il più vicino possibile da vedere riflessi dai vetri due agenti della scientifica che prendevano le impronte digitali e che spazzolavano la vettura. Poi, un poliziotto che raccoglieva pezzi di indumenti insanguinati da per terra e tutt’intorno polizia che tirava su i cellulari ininterrottamente cercando spiegazioni e parlando nervosamente.

La folla di passanti attorno a me era rimasta impietrita. Di solito gli Israeliani sono molto chiacchieroni e molto chiassosi, ma oggi sulla scena ci stava un silenzio del tutto ineguale. Tutti con i telefonini puntati in video-diretta e con instagram a lunghezza di dito medio, ma nessuno che faceva domande. Come se farle fosse prendere coscienza che ancora una volta il male aveva prevalso sul bene e che non ci stava molto da fare se non aspettare di capire se uno dei loro era tra le vittime.

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Poi però hanno iniziato ad arrivare i parenti delle vittime, con gruppi di amici, altri familiari a sostenerli e allora si sono sentiti i primi pianti e il tutto è diventato più amaro, più vero, meno set cinematografico, meno surreale. La mia tremarella ha ricominciato, la freddezza che si ha da dietro la macchina fotografica funziona solo fino a che non levi l`occhio dal view-finder e guardi la sofferenza delle persone che ti sono davanti dal vivo, dal vero. L’obiettivo non è un occhio, è una maschera e deflette le emozioni, non le lascia penetrare. Come uno scudo protettivo. Appena la togli da davanti agli occhi e vedi la verità, tutto diventa diverso. Dal vivo quella figlia di uno dei signori pugnalati, era vera, in carne e ossa e non una figura a fuoco sul dorso della mia macchina.

Allora, ho messo giù il cannone e l’ho guardata in faccia. Le lacrime sui suoi occhi sarebbero potute essere le mie, le vostre, le nostre. Che cosa cambia? Che oggi non ero io. Non eri te. Non eravamo noi. Ma questa possibilità non dovrebbe esistere in primo luogo. E invece qui è una realtà quotidiana, all’ordine del giorno. Una realtà cosi cruda a volte che sembra quasi finzione e che, dopo qualche mese che vivi in questo paese, ti scuote, ma ti fa anche sospirare e pensare molto egoisticamente: “povero/a, ma meno male che sul quel bus non ci stavo io oggi!”

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Prima che mi girassi per andare via, ho visto tre uomini del Chevra Kaddisha, un’associazione ebraica religiosa che si prende cura dei corpi di Ebrei feriti o uccisi dopo attacchi terroristici, che con acqua e panni bianchi pulivano il sangue dei nove uomini confermati feriti da terra per lasciare la scena del delitto in ordine cosicché tutto tornasse alla “normalità`” come se questa parola oggi avesse un senso compiuto.

Avevo fatto abbastanza foto oggi. Mi sono girata e sono tornata sulla via verso casa.

Chi lo avrebbe mai detto che io oggi all’ufficio d’immigrazione non ci sarei mai arrivata. Domani riproverò e per scaramanzia porterò la macchina fotografica appresso, chissà magari questo mio gesto cambierà il corso delle cose. Ne dubito, ma in un momento così difficile per questo paese e per il mondo intero, sono i piccoli gesti, forse anche scaramantici, che ci fanno guardare avanti e far venire di nuovo la voglia e il coraggio di risalire su quel prossimo autobus, treno, moni sherut che sia nonostante quello che ci aspetta dietro l’angolo. Inaspettato e doloroso.

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