Lipa, the Orthodox Rapper on Dmagazine

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Elaza Lipa Schmeltzer, aka Lipa, is pretty much the top pop artist among the Chassidic/Haredi communities from Monsey to New Square, to Williamsburg, to Borough Park to Crown Heights. He is the Matisyahu of the ultra-orthodox world even if he is indeed less musically trained, and more of a stylish entertainer/song writer. He was born and raised in New Square, Rockland County, NY one of the most religious communities in the Western world. A place where female and male walk on separate side of the street. He was brought-up speaking Yiddish only and not being allowed to study anything, but the sacred Jewish scriptures. He found confort and freedom of expression in singing.

Lipa is quite the show-man for an Haredi Jew who still wears peiots and a kippa. He does not care he was banned from his New Square community and had to change city, build a new synagogue to pray in and follow the “non-Jewish way” to get into college without any community help and short cuts. He is proud of what he does and how he lives. His music speaks to a lot of boys who have been yearning for more modern views and alternatives within the closed-off Chassidic communities.

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siamo onesti

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almeno prima della fine dell’anno. si di quell’anno che si celebra con il calendario lunare e non quello solare. quello che si celebra proprio una volta l`anno. quello che nessuno si ricorda o vuole ricordare perche` non accade in un momento dell`anno cosi` normale. perche` anche se si dovesse scegliere chi metterebbe un capodanno tra settembre ed ottobre? almeno prima di questo giorno che accade ad una settimana da oggi, io sento il bisogno di essere onesta. onesta con me stessa. onesta con chi mi vuole bene e con chi mi vuole male. onesta forse anche un po` per far diventare onesti anche coloro che fanno il mio stesso mestiere. e quindi viva l`onesta`. parliamone.

onestamente penso di essere fortunatissima. penso che non si possa essere piu` fortunati di me che faccio un lavoro, anche se ancora sono agli antipodi di esso, che mi prende la pancia ed il cuore e che mi piace da matti. sono fortunatissima perche` esercito il mestiere piu` bello del mondo. un mestiere che se si dovesse inventarlo non si potrebbe arrivare a fare cosa migliore. il lavoro piu` remunerativo a livello di emozioni e di bassissimo tasso di noia esistente sulla faccia della terra. ma anche il mestiere dove bisogna spostarti di piu`. viaggiare sempre e perennemente e mai. dico mai perdere la speranza di riuscire a farcela da solo. perche` la solitudine e` l’unica clausola sin qua non possibile per questo lavoro.

sono fotografa io. fotoreporter. non di guerra, ma di storie di vita, di costumi, di societa`. di donne e di uomini nel loro quotidiano. sono foto giornalista. faccio le news con le immagini. le cerco. le scatto e poi le vendo. se le vendo. le immagino. le costruisco e poi le rendo vere. non ci penso per un secondo. ci penso per tantissimi secondi che poi alla fine compongono interi momenti che poi diventano mesi. ma la cosa a cui ultimamente penso di piu` e la mancanza di avere qualcuno con cui condividerle queste mie storie. qualcuno con cui gioire ogni qual volta che si e` pubblicati o che si e` cambiata l`opinione pubblica con solo la forza di un nostro click nel posto giusto al momento giusto. questo perche` anche se noi fotoreporter amiamo far vedere che siamo dei forti egoisti e che stiamo bene soli. ci sentiamo talmente soli che spesso non lo capiamo mica quanto lo siamo.

quindi siamo onesti. nonostante la quantita` di amici che abbiamo sparsi in tutto il mondo. anche se ci vediamo a Perpignan per bere un pastis e parlare con i nostri colleghi/amici, anche se siamo sempre in un posto diverso per ragioni diverse con idee diverse da produrre. il volo lo prendiamo soli o forse con il giornalista assegnato al pezzo con noi. oppure, come me, che prima produco e poi vendo, il viaggio in aereo NYC- chi sa dove- e` sempre in solitaria. che poi ci piace anche un casino. ma sai che pezza farlo per tutta la vita. ci abbrutiamo. cavolo. diventiamo sempre piu` rozzi e piu` pieni di problemi esistenziali e poi non abbiamo nessuno con cui parlarne.

eppure continuiamo a mentirci su come e cosa dovremmo fare per farlo diversamente. e intanto, crogiolandoci in questa nostra totale e indifferente indifferenza e solitudine, pretendiamo di essere felice e di essere sempre sorridenti perche` il nostro lavoro e` un ficata e conosciamo tutto e tutti e facciamo il giro del mondo in 10 giorni e chissa` cosa accadra` dopo come e quando e perche`…ma chi prendiamo in giro, dai?

ovvio, io parlo per me. ma giuro che le statistiche sono alte. pero` non rinunciamo a questo per avere quello. continuiamo imperterriti a vivere questa vita di solitaria solitudine perche` il nostro e`, in fin dei conti, il “lavoro piu` bello del mondo” e quello della solitudine, l`amarissimo prezzo da pagare e noi lo accettiamo.

pero almeno siamo onesti sul fatto che lo siamo e che non siamo poi cosi` fichi come ci dipingono tutti. siamo solo squattrinati come non mai. alcolisti quanto basta per non ricordare nulla dello shooting della sera prima e presi da noi stessi pure troppo.

pero` se non facessimo questo di lavoro. chissa` cos’altro sapremmo fare. nulla direi. io nulla. e quindi. si continua la routine. ad maioram. yalla!

madonna mia quanto mi piace la lentezza romana di agosto…

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A noi che ancora non siamo in spiaggia, ma che con il pensiero gia` siamo li` con voi sotto gli ombrelloni multi-colore a leggere le righe lente dell`ennesimo romanzo criminale e sorseggiare granite di caffe` con panna montata, rimane solamente il rumore delle cicale arse dal sole, il cinguettio degli uccellini al calare della notte ed un silenzio abbondantemente pacifico nelle strade accaldate di una Roma deserta e per questo ancora piu` meravigliosamente sensuale all`occhio di un fotografo affamato.

Che dire, per chi, come me, vive a New York, nel caos piu` totale dove la citta` non si ferma nemmeno nel mese piu` caldo di tutti, questa calma piatta, immotivata e semplice e` l`apice di una felicita` pura.

Per cui, spiaggia, continua ad aspettarmi finche i gelati non si saranno squagliati che io rimango in quel di Roma ancora un po`…

conoscere l’altro dall’interno

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Rabat, Morocco- August 2013

“Per favore, non venitemi a dire che la vita qui e`piu o meno normale o sopportabile, che ormai dovremmo aver fatto il callo a guerre frequenti e cicliche, che dovremmo aver imparato a cogliere il meglio dell’esistenza anche in un cosi` crudele contesto. Non ci si puo` abituare veramente ad una situazione tanto distorta, se non pagando un caro prezzo. Il prezzo piu` caro che ci sia: Il prezzo della vitalita` stessa, dei sentimenti, della natura umana. La curiosita`, la liberta` di opinione. Il prezzo della paura e del ritegno a porsi in modo pieno e lucido davanti al prossimo: non solo davanti al nemico, ma davanti a qualunque prossimo.” David Grossman- Con Gli Occhi Del Nemico.

Kal of New Square

Kal, or Kalmy as his mother Yenty calls him, comes from New Square, Upstate, New York.
The most religious of the Chassidic communities encompassing mostly post-war, holocaust survivors from Hungary who first moved to Williamsburg and later decided to migrate in the calmer country side where they could better obey the teachings of the Rebbi.

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I met Kalman at a Shabbat dinner in Park Slope two weeks ago. He told me his story in front of matzah ball soup and kosher wine. The next day I asked him if we could talk more. We met three more times and then he took me to meet his family Upstate.

Kal left Skvira *(named after the old religious town of Skvira in Hungary where they lived previous to the War) when he was 12 for “many reasons” he says. “The sexual abuses were not all of them. I did not get answers to many of my questions of why all of a sudden I had to wear a black kippa and not a colored one, why we had to wear a longer coat and not a short one, or why we were not allowed to read the part about sexuality within the Torah.”

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We set at a dinner table in the dinning all of his 85 years old grandmother as her five daughters have been doing for the past 14 years since their “Tati,” or father, passed away. We listen to tales of WWII and Auschwitz and how she survived it all and has now 35 great-grand children. Her smile is wide and her words are softs spoken when she leans over Kal asking him if he is married yet and when he intends to come back home. He shies away with no answer.

“I have a nostalgia every time I think of Skvira. This is my home. This is where I grew-up. And, even if I do not agree with 99 percent of the things these people believe in, every time I come back I am happy,” he said while sitting outside of his parents house in the cold to listen to the young men of the Yeshiva singing after the evening prayers. “I still sing the same songs all the time while meditating. This is what I was taught. This is what I know.”

Most religious family would have shunt their children away from them once they left the community, but Kal’s family is always welcoming to him. This is not the case for all of the members of New Square, but things around this extremely religious community are changing.
Or so it seems to him.

shabbat shalom (dalla stanza di yoga) oggi e per sempre…

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…entriamo e cominciamo da stesi e la maestra ci dice di pensare alla morte e di non averne paura che e’ una cosa a cui non possiamo sfuggire ma non per questo temere. Inizio a piangere pensando ai padri e le madri dei soldati e a quelli sfollati a Gaza e ai piccolini sulla spiaggia. Loro magari non la temevano la morte, ma se la sono vista in faccia e ora ne sono più che partecipi solo per un capriccio di due popoli che lottano per la propria vita. Così poco affini seppur così uguali nei loro modi egoisti di vedere il futuro come egemonia di una terra sacra si, ma di quante vite insanguinata??

Mentre continuavamo le pose, un po’ per la fatica, un po’ per la stanchezza e un po’ per tutto il subbuglio che sentivo dentro, ecco che arriva di nuovo il pianto, lacrime scendono giù come se nulla fosse, come se invece di essere in classe di yoga a Manhattan, io fossi in Israele o a Gaza a lavare i morti prima che vengano seppelliti…le loro facce infestano la mia mente giornalmente. Da giornalista non sono mai stata così presa e consapevole di esserlo da una guerra come questa volta. Me ne rammarico perché questo non fa parte del lavoro, non posso essere ‘watchdog of democracy’ se piango e sento così tanto.

Ovviamente ogni posa, ogni respiro da me esalato in un’ora e mezza di lezione e’ stata diretta in Medio Oriente, nessuno escluso, anche ad Hamas, che terrorista e’, ma dentro un corpo umano, fallace, debole, infelice e rancoroso che forse potrebbe poi usare un po’ di umanità e di cervello in più e comprendere il valore di questa meravigliosa vita che ci e’ stata donata senza chiedere nulla in cambio.

Om Stanti!!!!
Shabbat Shalom!!!
Inshalla!!!

ps: Putroppo so che le mie di lacrime, come d’altronde anche le mie opinioni servono a poco. Questa guerra continuera` fino a che il cervello umano prevarla` sull`ego e potrebbe volerci molto tempo…

un lago, una doccia all’aperto ed un principe azzurro…

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…only in Losanna, Svizzera!

“Sono romantiche, conformiste, attaccate alle piccole cose quotidiane; si illudono ancora che un giorno verrano svegliate da un bacio e tutto, come per magia, sara` diverso, senza che loro abbiano la benché minima responsabilità in questa trasformazione: saranno felici per volontà` divina. Insomma, vivono aspettando di essere ridestate dal Principe Azzurro”-Marcela Serrano-L’Albergo delle Donne Tristi.

we bring peace onto you

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I cannot find the right words to express the way I feel today. I am torned inside with pain, angst and sadness. I am hopeful, but broken and I am not even fighting for my life. I am here watching a conflict as if it were a football match with people cheering one way or the other, while deaths and hater infuriates inside this whole beautiful world of ours. So I listen to this song on repeat and, as cheesy as it sound, I pray for a higher power to take control over this.
We bring peace onto you.

Hevenu shalom aleichem,
Hevenu shalom aleichem,
Hevenu shalom aleichem,
Hevenu shalom, shalom

Shalom aleichem…

“Daughters of the King” is going to France

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Dear Federica,
We thank you very much for sharing your pictures with us and for having accepted to be part of the 26th edition of the International Festival of Photojournalism “Visa pour l’Image – Perpignan”. We are very happy to announce you that we will present your work during the evening screening on Tuesday, September 2, 2014.

I guess I am going to then!
See ya in Perpignan in September, people :)

le mani di un uomo

“Quasi mi dimenticavo di parlarti delle mani di un uomo. Quante pagine potrei scrivere su un paio di mani? Queste che ho conosciuto sono grandi, quadrate, sembrano disegnate con la squadra. Sono mani affidabili, potrebbero tenere su un palmo una casa, un albero, qualcosa di enorme ed essenziale. E anche la compassione”-Marcela Serrano-L’albergo delle donne tristi.

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