living off a suite case .

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The pros and cons of a foot lose lady:

You wonder why my shirt is colorless and my pants have holes on their knees?
And why I carry climbing shoes, cameras, yoga mats and running shoes in the same bag?

Because I like to travel. I in fact love to travel and I live traveling and working while I travel. The more I travel, the more I work in fact. And all of this is done using only one suite case with the same clothing for an average of 6-8 months.

This is my third year in a raw doing this, and I still have not figure it all out.

I never have the right type of clothing for the different temperatures *(not to mention, occasions) of the year, which means I am constantly chasing down summer-time wherever I am since once I pack, I usually do it in the summer season and I never seem to think about those few weeks/months of the year where jackets are a must.

You wonder why I also end-up buying external hard drives of all shapes and sizes in dingy malls in Bersheva or Casablanca? Because I never bring enough tera bites along and I photograph way to much. Not to mention the overly-priced 120 films that I carry along from New York every time, but I run out of them religiously.

Now, did I mention that all has to fit back in the same suite case I left with and, of course, it never does. Details, details.

This way of life makes me feel very free at time and in a sort-of endless state of happiness, but I got to stop it! It is fantastic and enriching and it makes regular life seem boring and ordinary, but it is also exhausting and emotionally draining.

I have to settle somewhere and live a normal or semi-normal life where I can actually get bored and grow roots one day. I think this is the year I will be deciding where this place really is. If it exists after all. And maybe, just maybe, I may have to put the suite case to rest for a bit and let the dust collect upon it until I pick it back-up once again.

Just and idea, but it is brewing…

lettera del nonno orso del 2007

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“Grande Nipote- sei stata messa in condizione di combattere
una grande battaglia. Hai tutti i numeri per arrivare sino in fondo e una
famiglia che per te fa il tifo. Se vuoi sfogati con noi, dicci tutte le tue pene,
MA NON DELUDERTI.
Continua a combattere con un orgoglio raddoppiato e non
essere troppo istintiva nel rapporto con gli altri. Prima di esplodere conta
sino a 10, prendi fiato ed imponiti una calma, che non e’ il tuo forte.
Devi iniziare a ragionare come una persona che ha e vede una meta e
sa pure che detta meta si raggiunge cinicamente con una pazienza fuori
dal comune. Quell’energia che e’ in te, fai che esploda, in gentilezza verso
gli altri, cioe’ verso quelli che ti stanno aiutando. E’ l’orgoglio che ti deve
guidare:
“Io sono, io posso, io vado avanti perche’ e’ questo che voglio”
PER TE STESSA non per gli altri. Scusa, il mio non vuole essere un rimprovero.
solamente darti fiducia; tu la meriti e Nonno e’ con te. Un bacio.”

Si, nonnino mio adorato tu con me ci sei sempre, sempre e rileggere le tue mail dopo due anni dalla tua morte mi fa sentire cosi’ piena di vita e di quell’energia che tu dicevi dovevo trasformare in gentilezza per gli altri.

Ci sto provando ogni giorno. Ogni momento. Pensando a te (sulla calma e la pazienza ancora ce ne vuole, pero`).
Ti adoro e so che ci sei. sempre e per sempre.

Tua imperatrice Sara :)

open letter to Jerusalem

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Jerusalem, my dear,
quanto sei bella con questa luce incantata del crepuscolo. quanto sei sensuale anche nel tuo continuo andi-rivieni di pedoni frettolosi che ti calpestano appena. anche con le continue minacce di morte, rimani intatta, dritta, inflessibilmente bella e dorata. sei innocente te, siamo noi che ti abusiamo, noi che abusiamo del tuo sublime carisma e della tua immacolata bellezza. ti sei sempre trovata al posto sbagliato nel momento sbagliato, eppure rimani qua, immobile e forte di quello che rappresenti per il mondo intero. un mondo sgangherato, rotto, dolorante. un mondo egoista e guerrafondaio. ogni volta che ti danno la colpa te rimani serena, splendida, illuminata di una luce tutta tua. con le tue albe ed i tuoi tramonti infiniti, rosa, rossi, arancioni.

Jerusalem, my dear,
non ti sento casa mia, ma ti sento come una madre adottiva. non ti posso prendere come patria natia, ma posso essere da te abbracciata ogni qual volta ne senta il bisogno anche se i tuoi abbracci a volte sono infangati di sangue altri, sangue umano di umani che umani non sono perche` si ammazzano in tuo nome. tu questo peccato non glielo hai mica chiesto? e le tue braccia si allargherebbero per tutti noi, senza distinzioni di religione, credo, o colore della pelle, ma noi umani te lo impediamo, siamo vogliosi, siamo irascibili e molto, molto, molto egoisti e quindi ti comandiamo a chi e come e quando estendere il tuo abbraccio. e se lo fai in modo sbagliato ti facciamo saltare in aria una parte, un quartiere, un viottolo, e poi, dopo, quando ci sentiamo in colpa di cosa e` accaduto, ti fasciamo il capo ancora una volta.

Oh Jerusalem, my dear,
ti prego, almeno te, aiutaci a guardare avanti e non più indietro. non ne abbiamo bisogno, il futuro e dinnanzi e non sembra molto limpido e nemmeno molto sereno, ma tu puoi, tu sai, come far brillare anche i luoghi più macabri e severi, donaci la tua luce infinita, facci avere un quarto del tuo barlume innocente e puro. sii, la guida che ci condurrà ad una pace, soluzione, o convivenza possibile.

Jerusalem, my dear,
nonostante tutto e tutti, tu continua ad esistere, imponiti, rimani inflessibile, immobile e in piedi, sempre.

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Un cornetto al burro a Tel Aviv non ha mai avuto un sapore così amaro

Questa mattina ero uscita prima del solito. Volevo essere davanti a tutti in fila all’ufficio d’immigrazione per rinnovare il visto. Come al solito a casa non avevo nulla da mangiare e quindi ho deciso di comprare un cornetto al burro in un baretto su Lincoln Street e il barista che mi serve quasi ogni mattina mi è sembrato strano: non ha nemmeno pronunciato il solito “Boker Tov, Motek” (Buon giorno, carina) e non ha fatto nemmeno il solito sorriso. Non mi sono fatta molte domane ed ho continuato per la mia strada. Uscita dal bar, ho però iniziato a vedere pattuglie di poliziotti e striscioni rossi che bloccavano le strade ovunque.

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Istintivamente, ho preso il telefono in mano e cercato sulle news di capire cosa fosse successo, ma nulla. Così ho continuato a camminare fino all’incrocio con Menechem Begin dove avrei dovuto girare a sinistra per recarmi al numero 125. All’angolo della strada ho visto un bus doppio parcheggiato sotto la Ayalon 1 (l`autostrada che unisce Tel Aviv al resto d’Israele). Gruppi di poliziotti e agenti della scientifica vestiti in tute di carta bianca circondavano il mezzo. Uno straccio bianco e uno celeste che assomigliavano a due camicie strappate giacevano nel mezzo della strada insanguinate.

Con la voce spezzata, ho chiesto nel mio ebraico scarso: “Maze?” (Che succede?) “Palestini dachar Israeli” (un palestinese ha accoltellato un Israeliano), mi ha risposto un signore. Poco più avanti, un altro signore più anziano lo correggeva dicendo che i feriti erano più di uno ma sei o sette. Ho fatto immediatamente una prima foto con il cellulare, poi mi sono girata e mi sono messa a correre a più non posso verso casa, dove avevo lasciato, per la prima volta in due mesi, la macchina fotografica sulla scrivania.

Dieci minuti dopo ero di nuovo sulla scena del delitto che cercavo di districarmi tra i poliziotti e i soldati che spingevano i fotografi e i giornalisti il più lontano possibile dal pullman. Mi tremavano le mani a reggere la macchina fotografica in mano. Non capivo bene se fosse la paura, l’adrenalina, oppure lo shock della corsa senza tempo verso casa.

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Eravamo prima pochi, poi siamo diventati tantissimi, c’erano fotografi e videografi ovunque. La polizia continuava a spingerci via e noi sviavamo sotto gli striscioni rossi del “do not cross” (non attraversare) come se nulla fosse. A un certo punto, in uno dei miei tentativi di avvicinarmi al bus, una soldatessa, mi ha freddato, prendendomi pesantemente il braccio e dicendomi che era l’ultima volta che me lo ripeteva, ma che dovevo stare dietro le linee. Mi sono messa a discutere e lei mi ha spinto via.

Vabbè, io le foto le volevo fare lo stesso e volevo capire da me cosa fosse successo, quindi ci ho riprovato e sono arrivata da dietro il bus, il più vicino possibile da vedere riflessi dai vetri due agenti della scientifica che prendevano le impronte digitali e che spazzolavano la vettura. Poi, un poliziotto che raccoglieva pezzi di indumenti insanguinati da per terra e tutt’intorno polizia che tirava su i cellulari ininterrottamente cercando spiegazioni e parlando nervosamente.

La folla di passanti attorno a me era rimasta impietrita. Di solito gli Israeliani sono molto chiacchieroni e molto chiassosi, ma oggi sulla scena ci stava un silenzio del tutto ineguale. Tutti con i telefonini puntati in video-diretta e con instagram a lunghezza di dito medio, ma nessuno che faceva domande. Come se farle fosse prendere coscienza che ancora una volta il male aveva prevalso sul bene e che non ci stava molto da fare se non aspettare di capire se uno dei loro era tra le vittime.

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Poi però hanno iniziato ad arrivare i parenti delle vittime, con gruppi di amici, altri familiari a sostenerli e allora si sono sentiti i primi pianti e il tutto è diventato più amaro, più vero, meno set cinematografico, meno surreale. La mia tremarella ha ricominciato, la freddezza che si ha da dietro la macchina fotografica funziona solo fino a che non levi l`occhio dal view-finder e guardi la sofferenza delle persone che ti sono davanti dal vivo, dal vero. L’obiettivo non è un occhio, è una maschera e deflette le emozioni, non le lascia penetrare. Come uno scudo protettivo. Appena la togli da davanti agli occhi e vedi la verità, tutto diventa diverso. Dal vivo quella figlia di uno dei signori pugnalati, era vera, in carne e ossa e non una figura a fuoco sul dorso della mia macchina.

Allora, ho messo giù il cannone e l’ho guardata in faccia. Le lacrime sui suoi occhi sarebbero potute essere le mie, le vostre, le nostre. Che cosa cambia? Che oggi non ero io. Non eri te. Non eravamo noi. Ma questa possibilità non dovrebbe esistere in primo luogo. E invece qui è una realtà quotidiana, all’ordine del giorno. Una realtà cosi cruda a volte che sembra quasi finzione e che, dopo qualche mese che vivi in questo paese, ti scuote, ma ti fa anche sospirare e pensare molto egoisticamente: “povero/a, ma meno male che sul quel bus non ci stavo io oggi!”

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Prima che mi girassi per andare via, ho visto tre uomini del Chevra Kaddisha, un’associazione ebraica religiosa che si prende cura dei corpi di Ebrei feriti o uccisi dopo attacchi terroristici, che con acqua e panni bianchi pulivano il sangue dei nove uomini confermati feriti da terra per lasciare la scena del delitto in ordine cosicché tutto tornasse alla “normalità`” come se questa parola oggi avesse un senso compiuto.

Avevo fatto abbastanza foto oggi. Mi sono girata e sono tornata sulla via verso casa.

Chi lo avrebbe mai detto che io oggi all’ufficio d’immigrazione non ci sarei mai arrivata. Domani riproverò e per scaramanzia porterò la macchina fotografica appresso, chissà magari questo mio gesto cambierà il corso delle cose. Ne dubito, ma in un momento così difficile per questo paese e per il mondo intero, sono i piccoli gesti, forse anche scaramantici, che ci fanno guardare avanti e far venire di nuovo la voglia e il coraggio di risalire su quel prossimo autobus, treno, moni sherut che sia nonostante quello che ci aspetta dietro l’angolo. Inaspettato e doloroso.

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find the similitudes and the differences

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once upon a time there were the Wester Wall and the Alaqsa Mosque, two places so close to one another, yet so terribly faraway. two places where people studied and prayed just the same either sitting on chairs or under tree branches, yet so stubburned in their opposite views. two places of rituals and traditions. of sorrow and joy. two places where too much blood was shed already and little of the holiness that once was is kept untouched. yet also two place where a few rays of sun and a nice angle can make all the difference. and peace can be restored for few minutes out of the year. or maybe just the eyes of the outsider can see so.
 
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somewhere up north in Israel the road ends where the horizon begins

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there is little if not distinction between sky and earth. everything is connected and yet still different. somewhere up north in Israel we were the only car driving near the Syrian border for hours. we encountered nobody. we drove into silent clouds of moist rain to find ourselves back out in the green hillside of the Ramat Ha Golan where old Israeli and Syrian tanks lay astray on the historic battlefield where blood was once shed. Afar, at the other side of the horizon we could see the Syrian lines, we could breath Aleppo and Damascus just miles away. What was once the flourishing Persian land. From where we were standing on the abandoned Army post all stood still. It was just us, the wind and the sunset. I wonder how a place so contended can now be so remote and silent. It gives me hope and chills at the same time. Especially knowing that across the border a bit further east in what in Arab is called Surya, the bloodshed continues daily. Not to mention other Israelis border down south. Imaging what would Gaza, Hebron, the West Bank will look like in years from now. Would they be so peaceful and quiet, yet daunting like these horizonless, sky-full places in the north?

a different kinda of hannucha

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Candles outside of the kindergarden in Yad Mordechai’s kibbutz in the south of Israel.


 
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A religious family lights candles in a model near Natanya in the north of Israel.


 

when you learn to wait, things just come.

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And this is the simplest and most difficult truth of it all.

I am known to have little if no patience. I am known to be tempered and always on the go. I am known to be fast and furious. I have nothing contrary to this, since it is me after all, but there is time for a changing. And this month and half chasing stories to photograph in Israel have turned out to be just this. I have slowed down. I breath before I shoot. I walk with my head on the clouds more and I am patient while in a line either at the grocery store or at the post office. If not I would never have found this angel hiding behind this Christian cemetery wall on the outskirt of Jaffa. So peaceful. So graceful. So surreal in a land so confusing and controversial as this Holy Land we all call it.

patience and perseverance

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“Shadow isn’t just the dialectical moment as opposed to the light, it’s also a psychological moment as opposed to the brightness; there is brightness and there is sorrow too.”Ferdinando Scianna

venatures of past times

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I have walked passed these trees at least 20 times in the past month and still cannot seem to get enough of them. They stand still so big and tall and so proud. They almost look like as if they were put there to hold up the sky from falling all over us beneath them. I do not even know their names, nor who donated them to Israel for what celebratory mission or else, but I feel protected under their umbrella-like leaves. Incredibly strengthened by their steadfastness. They are so venous and pliable it makes me feel they could soon come to life and take part to my runs, walks or dances around the boulevards.

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